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Gli alberi in Santa Ildegarda


Santa Ildegarda dedica il libro III di Physica agli Alberi, descrivendone oltre sessanta specie. In modo dettagliato ne analizza la natura umorale, le proprietà medicinali e le modalità di allestimento dei medicamenti, arricchendole spesso con invocazioni e preghiere rituali, indicandone in molti casi la simbologia sottesa.
Nelle visioni di Ildegarda ogni albero può esprime una virtù o un vizio dell’uomo. Infatti, quando parla degli alberi e delle piante in genere, lo fa non soltanto in chiave medica: basti pensare agli oltre duemila rimedi desunti da Physica, ma anche teologica e simbolica.
Un albero, un animale, una pietra possono curare o alleviare una malattia organica ma anche rappresentare difetti o qualità dell’animo umano.
Ogni elemento naturale ha un’utilità pratica e spirituale al tempo stesso, riflettendo l’ordine del creato.
Nell’incipit di Physica scrive:

“Infatti la terra, attraverso le piante utili, offre un panorama dei comportamenti spirituali dell’uomo, distinguendoli; al contrario, attraverso le piante inutili, mostra i suoi comportamenti inutili e diabolici”

È importante comprendere che non è l’albero in quanto tale a essere buono o cattivo, o come riporta Ildegarda, utile o inutile dato che esso viene inteso come simbolo che rimanda a una caratteristica morale umana.
Succede spesso che alberi con una simbologia per così dire negativa vengano ugualmente impiegati a scopo alimentare o medicinale o magari siano particolarmente utili e preziosi come legname da costruzione o addirittura nella realizzazione di icone sacre. Caso emblematico è quello della quercia a cui come vedremo è associata la cattiveria.
Nella tradizione medievale, tra gli alberi il noce viene considerato malefico perché il nome latino che designa nux viene ricollegato al significato di nuocere ed è strettamente connesso a nox ovvero notte, buio, tenebra. È quindi preferibile non addormentarsi alla sua ombra per non esser visitati dal diavolo o da spiriti malvagi. Anche il melo, il cui nome latino malus evoca il male, sarà associato, nella tradizione e nelle arti figurative, al frutto proibito dell’Eden, causa del peccato originale e della conseguente caduta di Adamo ed Eva.
Nel Liber subtilitatum, i tre regni animale, vegetale e minerale sono messi a disposizione dell’uomo per il suo sostentamento materiale, come medicina, ma al tempo stesso possono divenire pericolosi: per questo motivo la natura va studiata e compresa.
La betonica ne costituisce un chiaro esempio:

“L’inganno del diavolo stende talvolta la propria ombra su di essa, come su certe altre piante: il diavolo è razionale ed è per questo che conosce, tra l’altro, tutte le virtù che si trovano nelle piante...”

Ildegarda continua la trattazione sulla pianta, descrivendo in dettaglio magie e incantesimi d’amore che si possono effettuare utilizzandola; ciò evidenzia il forte legame con le conoscenze etnobotaniche e le credenze della tradizione popolare del luogo.
Nella sua opera, Ildegarda mescola mirabilmente elementi scientifici e spirituali usando sovente la chiave del Simbolo.
Il Simbolo è infatti un modo di pensare e di sentire fortemente radicato negli autori medievali e tra questi l’albero ha un ruolo preminente.
La visione di Ildegarda di Bingen si inserisce nella grande tradizione simbolica cristiana medievale che partendo da Sant’Agostino, passando per Isidoro di Siviglia, sino ad arrivare a Rabano Mauro, leggeva la natura come speculum Dei, specchio del divino, mezzo attraverso cui l'uomo, dalla contemplazione del visibile, del concreto, del reale, può tentare di accostarsi alla contemplazione del suo Creatore.
Nella visione, Ildegarda giunge per visibilia ad invisibilia a comprendere la natura di tutte le cose, dall’essere finito all’essere eterno.
In S. Ildegarda il simbolismo degli alberi è senza dubbio uno degli aspetti più affascinanti, misteriosi e complessi non solo da comprendere, opera quanto mai ardua, ma anche semplicemente da provare a intuire. La distanza che ci separa da lei è di 900 anni: la sensibilità di una monaca medievale, il modo di vedere e concepire la natura, di rapportarsi ad essa, di intuirne le subtilitates che si celano nelle piante e negli alberi è molto diversa dalla nostra. Consapevoli di questi limiti, bisogna accostarsi alla sua opera teologica e scientifica con intelligenza, umiltà e senza idee preconcette.

Castagno

Tra gli alberi trattati, il Castagno ha un’enorme importanza sia dal punto di vista medico che simbolico, in quanto incarna quella che è probabilmente la virtù principale per un monaco benedettino, ossia la discretio, la capacità di evitare gli eccessi e tendere verso l’armonia.
Scrive in Physica:
 

“Il castagno è molto caldo e ha una grande forza mescolata al suo calore: è l’immagine della discrezione. Ciò che è in lui, compresi i frutti, è utile contro tutte le malattie che attaccano l’uomo.”

Come il suo frutto è protetto dal riccio fino a maturazione, così la discrezione custodisce l’animo umano dagli eccessi, fino a renderlo pronto al dono. Né troppa austerità, né mollezza: la via delineata dal castagno è quella dell’armonia, della saggezza che dosa e armonizza corpo, mente e spirito.
Ildegarda, fedele alla Regola di san Benedetto, vede nella discrezione la madre di tutte le virtù.
Il grande patriarca ammoniva l’abate a essere discretus magis quam regulatus, guidato più dal discernimento che dalla rigida osservanza.
Il castagno, maestoso e longevo, è indicato come rimedio contro le infiammazioni, la gotta, i disturbi respiratori e i dolori articolari. Le sue foglie sono bechiche ed espettoranti, adatte a tisane e decotti; la corteccia, ricca di tannini e flavonoidi, è antisettica e antinfiammatoria. Persino un bagno caldo con foglie e frutti, dice Ildegarda, addolcisce la mente e calma l’ira del malato di gotta, perché ogni guarigione sia anche morale e spirituale.
E proprio questa discretio, la capacità di discernere e di non eccedere, appare come la virtù più necessaria anche all’uomo contemporaneo.
L’abbondanza di qualità che Ildegarda gli attribuisce è oggi in parte confermata dalla ricerca scientifica moderna, che ne riconosce le proprietà antibatteriche, antinfiammatorie e neuroprotettive.
Nel liber subtilitatum Ildegarda consiglia l’uso del castagno per la cura degli animali durante le epidemie: la corteccia, ricca di tannini e sostanze astringenti, era impiegata in decotti per disinfettare e rafforzare il bestiame. Il manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana (XIV secolo) ribadisce che le forze buone della linfa del castagno respingono la pestilenza e restituiscono salute.
Tali osservazioni, reinterpretate alla luce dell’attuale fitoterapia, trovano riscontro nella funzione antisettica dei tannini, efficaci contro agenti microbici e infiammazioni cutanee. A livello fisico, Ildegarda attribuisce al castagno un potere di risanamento organico e mentale: tenere in mano un bastone di legno di castagno ristora le vene e le forze del corpo, mentre il profumo del legno dà salute alla testa, come un balsamo che calma e ristora.
Le castagne, definite pane dei poveri, rappresentavano un alimento di sussistenza grazie al loro equilibrio nutrizionale. Sono ricche di fibre e a basso indice glicemico, migliorano la funzionalità intestinale e stabilizzano la glicemia controllando in tal modo i processi infiammatori. Contengono amminoacidi essenziali come lisina, metionina e triptofano fondamentale per la sintesi della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere. Non a caso Ildegarda le raccomandava per chi ha male al cuore e diviene triste, anticipando la moderna comprensione sulla relazione tra microbiota intestinale, tono dell’umore e salute cardiovascolare. Dal punto di vista biochimico, le castagne forniscono acido oleico e acido linoleico, grassi insaturi che contribuiscono alla protezione dei vasi sanguigni e del sistema nervoso. Recenti studi hanno indagato il ruolo degli isomeri dell’acido linoleico come alternativa naturale ai farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) nel contrastare la neuroinfiammazione, benèfici in termini di permeabilità della barriera ematoencefalica e ridotta tossicità. Questi dati scientifici sembrano dare nuova linfa all’intuizione ildegardiana di un nutrimento che guarisce la mente, confermando il legame profondo tra alimentazione, equilibrio neuronale e salute dell’anima.
Mangiare con moderazione conferisce buon sangue e carne sana, scrive Ildegarda in Causae et Curae, invitando a non dormire subito dopo i pasti e a privilegiare la sobrietà serale. Consigli che oggi diremmo ispirati ai principi della cronobiologia e di una corretta alimentazione. Infine, Ildegarda propone l’uso delle castagne cotte con liquirizia e polipodio per purificare lo stomaco e restituirgli calore e forza. La scienza moderna conferma che la liquirizia svolge un’azione gastro protettiva grazie all’acido glicirrizico, mentre il polipodio (felce ricca di mucillagini) agisce da blando lassativo e lenitivo delle mucose. Una medicina che, come insegnava Ildegarda, non cura solo il corpo, ma riconduce l’uomo all’armonia con la sua anima e con il Creatore.

Frassino

Altro albero ricco di valore terapeutico e simbolico è il Frassino.
Scrive Ildegarda: Il frassino è più caldo che freddo: è l’immagine della riflessione.
Per la mistica tedesca, il frassino incarna la forza della mente contemplativa, la capacità di riflettere e purificare tanto il corpo quanto lo spirito.
Le sue foglie, usate in decotto o impacco, alleviano dolori articolari e gotta, favorendo l’eliminazione dell’acido urico e sostenendo la funzionalità renale. È pianta depurativa e riequilibrante, diuretica e antinfiammatoria. In fitoterapia si impiegano foglie e corteccia, ricche di cumarine, flavonoidi, tannini e vitamina C, che lo rendono utile in caso di artrosi, artrite, rigidità articolare e iperuricemia grazie alla sua azione drenante e detossificante.
Nella trattazione sul frassino, Ildegarda ne suggerisce l’uso delle foglie nella preparazione della birra d’avena in sostituzione del luppolo, per purificare lo stomaco e rendere leggero il petto. Oggi possiamo leggere questa indicazione come una precoce intuizione nella comprensione dell’attività del nervo vago, decimo nervo cranico che innerva cervello, cuore, polmoni e addome. Oltra a regolare la digestione e il battito cardiaco, esso è in grado di regolare anche il tono dell’umore e l’ansia. La maggior parte dei segnali nervosi del nervo vago si dirigono dall’intestino verso il cervello. L’asse intestino-cervello può essere considerato come la connessione tra corpo e psiche, la stessa connessione che le popolazioni celtiche attribuivano all’albero del frassino, venerato come un albero cosmico, mediatore tra cielo, terra e il mondo sotterraneo, visto come un ponte tra i mondi, tra il visibile e l’invisibile.
Un buon funzionamento dell’asse intestino cervello favorisce una equilibrata attività cognitiva indispensabile alla meditazione e alla riflessione.

Melo Cotogno

Per Ildegarda di Bingen, il melo cotogno è più freddo e lo si paragona all’astuzia, perché talvolta è utile, talvolta inutile.
Il cotogno è contraddistinto dunque da una natura duplice ed è metaforicamente collegato all’astuzia, un’attitudine ambivalente che può guidare alla sapienza o alla caduta.
Doppio in quanto le sue foglie e il suo legno non sono utili a scopo medicinale ma al contrario il suo frutto, se cotto, è utilissimo per trattare molti disturbi.
La mela cotogna, cotta o arrostita, è considerata da Ildegarda un rimedio prezioso contro la gotta e gli umori pesanti che intorpidiscono i sensi.
Gotta è un termine generico che ritorna spesso in Physica, riconducibile non solo alla nota patologia renale, ma anche a tutta una serie di disturbi, come dolori artrosici ed artritici, infiammazioni muscolari, tendinee e connettivali che fanno pensare a molte patologie autoimmuni.
La mela cotogna, con l’abbondanza della sua fibra insolubile, si comporta da utile prebiotico in grado di favorire il benessere del microbiota intestinale e il conseguente riequilibrio del sistema immunitario che sappiamo essere alla base per il trattamento di tutte le patologie autoimmuni.
Tra le fibre presenti vi è la pectina, una fibra alimentare solubile che può aiutare a controllare l’indice glicemico, e il correlato quadro infiammatorio.
Così, la cotogna agisce come un cibo-medicina, favorendo l’equilibrio tra intestino, processo infiammatorio e sistema immunitario.
Il caso della mela cotogna metta in evidenza di come Ildegarda guardi al corpo umano nel suo complesso, il malato deve divenire l’attore principale nel recupero della propria salute, seguendo tra l’altro una corretta alimentazione, un equilibrato stile di vita e un rinnovato rapporto con Dio.
Per recuperare la salute, è importante quello che si mangia, come si mangia, come deve essere preparato, in quale ora della giornata è utile consumarlo e come va associato per avere un effetto salutare. Questo aspetto è molto chiaro in Causae et curae:

“Quindi, chi mangia cibi cattivi e in eccesso, alimenta un sangue cattivo, mentre chi assuma bevande cattive e in eccesso, accresce l’umore cattivo”.

Ildegarda ci aiuta a capire come dobbiamo nutrirci e come possiamo curare il corpo e la nostra anima per ottenere la vera salute.

Quercia

La quercia, pur essendo un albero maestoso e forte, in S. Ildegarda viene associata al carattere della durezza, dell’amarezza e della cattiveria.
Per lei, la quercia è simbolo della forza senza dolcezza, immagine dell’anima irrigidita che ha perduto la grazia.
Fredda, dura e amara scrive, rappresenta il cuore chiuso, incapace di misericordia e sterile come un legno privo di linfa.

Il legno di quercia è infatti estremamente duro e difficile da lavorare. A livello simbolico, non può che esprimere durezza di cuore, incapacità ad aprirsi alla dolcezza e alla misericordia del Signore.
Dove c’è inflessibilità e amarezza c’è anche cattiveria.
L’albero produce dei frutti che non sono buoni da mangiare per l’uomo ma neppure per i vermi, questo relega la quercia a pianta inutile che non è in grado di produrre frutti spirituali.
L’amarezza delle ghiande è dovuta alla presenza di sostanze astringenti e amare come i tannini, l’acido gallico e altri composti fenolici. Questi polifenoli sono tra l’altro in grado di irritare l’apparato digerente fino a diventare tossici ad alto dosaggio sia per l’uomo che per gli animali.
Eppure, l’uomo ha imparato ad attenuare la sua amarezza, rendendo commestibili le ghiande con la lisciviazione in acqua (lavaggi e bolliture ripetute), la tostatura e la fermentazione.
Gesti che diventano metafora della conversione del cuore, capace di trasformare la durezza in nutrimento e saggezza.
Da sempre albero sacro, consacrato a Zeus, Thor ma anche albero di manifestazione della SS. Trinità nell’Antico Testamento, la quercia è stata vista come asse del mondo, luogo d’incontro tra divino e umano.
Con l’avvento del Cristianesimo, il suo “taglio” fra le popolazioni del nord Europa divenne il simbolo del passaggio dai culti pagani alla completa affermazione della nuova fede, dalla forza brutale alla spiritualità della mitezza, dell’abbattimento della superbia per far posto alla Grazia. Le cronache medievali attestano che, ancora nel 1128, il vescovo Ottone di Bamberg trovò a Settino querce sacre oggetto di venerazione. Impossibilitato ad abbatterle, temendo rivolte popolari, diffuse l’idea che quegli alberi non fossero sacri ma al contrario abitate da spiriti maligni, immagine della cattiveria dirà Ildegarda.
Siamo del resto in un’epoca di sincretismo fragile, in cui le radici del paganesimo convivono ancora con la nuova visione cristiana del mondo.
Nel Medioevo la quercia non era solo simbolo spirituale, ma anche fondamento economico e vitale: le sue ghiande nutrivano i suini, con il suo prezioso legno si costruivano navi, ponti e cattedrali. Albero della forza e della stabilità, sosteneva tanto la vita materiale quanto quella simbolica dell’Europa cristiana. Anche sul piano terapeutico la quercia racchiude questa dialettica: la sua amara durezza si trasforma in rimedio. La corteccia, ricca di tannini e flavonoidi, è astringente, cicatrizzante e antisettica. Così, ciò che in eccesso è veleno, nella giusta misura diventa cura e disciplina.

Ulivo

“L’ulivo è più caldo che freddo: è l’immagine della misericordia.”

Dalla colomba di Noè che porta nel becco un ramo d’ulivo al Getsemani dove Cristo si ritira nella notte della Passione, l’ulivo attraversa la Scrittura come simbolo di pace e di misericordia.
Gesù diviene simbolicamente egli stesso oliva che, spremuta e molita, produce l’olio della salvezza, sacrificandosi per il genere umano e usando misericordia con gli uomini per mezzo della sua passione.

Per Ildegarda, questa pianta è l’immagine stessa della divina tenerezza che mitiga la durezza, come scrive in una sua lettera:

Dio ha moderato la durezza con la mitezza affinché fosse sopportabile. Imita anche la misericordia che tutto appiana affinché tutto si possa superare…

Nell’epistolario di Ildegarda la misericordia è un principio divino e terapeutico.
Essa si manifesta tanto nei gesti di cura, ungili con olio, perché nell’amarezza non vengano meno, quanto nella disposizione interiore di chi, temperando la durezza, consente la guarigione. Ildegarda descrive anche numerose preparazioni medicamentose a base di ulivo: Tuttavia è utile per molte preparazioni medicinali.
Consiglia, nello specifico, la preparazione di un unguento ad attività antinfiammatoria con corteccia, foglie e grasso stagionato, per dolori cardiaci, lombari e gottosi.
Un impiastro riscaldante e digestivo con corteccia, foglie, resina e mirra in precise proporzioni, per lenire i disturbi allo stomaco.
E ancora consiglia di preparare un olio medicato con rose e viole, per contrastare le febbri di natura diversa, che può essere impiegato anche nei dolori gottosi e nel mal di testa.
Come abbiamo visto, S. Ildegarda in Physica utilizza ampiamente l’olio d’oliva a scopo terapeutico, sia da solo che come base per la realizzazione di numerosi unguenti.
Analizzando con attenzione questo aspetto, sappiamo che l'assorbimento dei fitocomplessi tramite unguenti avviene attraverso la via transcutanea, dove le diverse molecole presenti nell’olio d’oliva e nelle altre piante possono attraversare lo strato corneo della pelle per raggiungere il circolo sanguigno. L'efficacia di passaggio dipende naturalmente dalla formulazione dell'unguento, dalle caratteristiche chimico-fisiche del fitocomplesso e dallo stato della pelle, in presenza anche di microlesioni o abrasioni il passaggio sarà facilitato.
Le vie di penetrazione principali sono gli spazi intercellulari, i follicoli piliferi, le ghiandole sudoripare e per via transepidermica.
L’olio d’oliva è stato ingiustamente considerato da molti medici e fruitori della medicina naturale ildegardiana come dannoso o visto perlomeno con sospetto, preferito ad altri olii vegetali, soprattutto di semi, come l’olio di girasole e mais (piante tra l’altro arrivate in Europa soltanto dopo la scoperta delle Americhe e di conseguenza non conosciute e trattate da S. Ildegarda). Si tratta di olii vegetali molto delicati che, soggetti ai normali processi di lavorazione che includono diversi passaggi come la degommazione, la decolorazione, la deodorazione (a temperature fra i 230 e i 260 gradi), si denaturano.
Tutti processi industriali che se da un lato depauperano il seme dai suoi antiossidanti quali carotenoidi, vitamine liposolubili e minerali, d’altro canto, cosa ancor peggiore, favoriscono la formazione di acidi grassi trans e composti ciclici che, interagendo con le membrane cellulari, predispongono l’organismo a malattie cardiovascolari, neurodegenerative e neoplasie.
Questo equivoco è dovuto al fatto che Ildegarda, nello stesso capitolo sull’ulivo afferma:

L’olio del frutto di quell’albero non è di grande utilità per mangiare: se ne utilizza nel cibo, provoca nausea e rende gli altri alimenti sgradevoli da mangiare.

Analizzando con attenzione le parole della mistica tedesca, quest’ultima non afferma assolutamente che l’olio d’oliva sia nocivo o dannoso per la salute: non l’avrebbe in tal caso impiegato per allestire gli unguenti (che, come visto, anche se per applicazione topica, possono essere assorbiti e passare in circolo) ma descrive semplicemente quelle che erano le caratteristiche organolettiche dell’olio d’oliva che arrivava ai suoi tempi, nel XII secolo, alle sue latitudini.
L’ulivo è infatti pianta mediterranea per eccellenza, una delle prime coltivate dall’umanità con una storia di circa 6000 anni, il cui utilizzo millenario era circoscritto a quell’area geografica, mentre le popolazioni dell’Europa centrale e settentrionale utilizzavano a scopo alimentare in prevalenza il burro. L’olio che arrivava in Germania era utilizzato, quando disponibile, esclusivamente per illuminare le chiese o i palazzi gentilizi. A tal proposito è illuminante quello che ci tramanda S. Rabano Mauro riguardo a questo particolare utilizzo. Attorno all’anno 814 l’imperatore Ludovico il Pio, recandosi in visita al monastero di Fulda, notò che i monaci utilizzavano grasso di maiale per illuminare la chiesa abbaziale. Colpito da tale povertà e probabilmente ancor più dall’odore acre e nauseabondo che esalava dalle lucerne così alimentate, volle donare alla prestigiosa abbazia benedettina un uliveto sito in Italia, nell’Umbria meridionale, affinché i monaci potessero rifornirsi di olio d’oliva. Un grande privilegio che sarà confermato nel 840 anche dal successore Lotario. L’utilizzo che alcuni secoli dopo ne farà S. Ildegarda sembra in linea con questa abitudine: si trattava di un olio d’oliva destinato all’illuminazione in lucerne di terracotta noto come olio lampante di bassa qualità e con elevato grado di acidità, oltre a sapore e odore sgradevoli. Caratteristiche organolettiche che sono in perfetta linea con le parole della nostra mistica: provoca nausea e rende gli altri alimenti sgradevoli da mangiare.

da Vincenzo Mazziotta

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